C’è un punto preciso in cui il garage-punk smette di essere solo sudore e diventa una specie di radiografia sociale. Fake Brutal, quinto album dei The Spitters, vive esattamente lì: un motore acceso al massimo che, invece di limitarsi a correre, osserva il paesaggio che brucia ai lati della strada.
Formati a Tolone nel 2013 dall’asse creativo tra Maxime Richard e Dorian Lahais-Cazalé, gli Spitters hanno costruito negli anni una reputazione solida, fatta di live incendiari e una presenza costante nei circuiti che contano. Con Barny e Sloog a completare la formazione, il quartetto ha affinato un suono che pesca dalla furia del punk ’77 e la spinge dentro un’estetica più contemporanea, nervosa, quasi tagliente al tatto.
Fake Brutal è il loro lavoro più compatto e, allo stesso tempo, più consapevole. Tredici tracce che non chiedono permesso: riff serrati, ritmi che sembrano inseguirti e una produzione che tiene tutto in bilico tra caos controllato e immediatezza. Il contributo di Mike Curtis al mix si sente, così come la rifinitura finale agli Abbey Road Studios, ma senza mai sterilizzare l’urgenza della band. Qui non c’è patina: solo benzina.
Se il suono corre, i testi non stanno fermi. Gli Spitters infilano sotto pelle una critica lucida alla superficialità contemporanea, a quel rumore costante che confonde più di quanto comunichi. Eppure, tra le crepe, si intravede qualcosa: una tensione verso un’uscita, una possibilità. Non è ottimismo facile, è più un segnale intermittente nel buio.
Le coordinate sonore restano fedeli al loro DNA, ma si percepisce un passo avanti. Non solo per l’energia, che resta una firma, ma per una scrittura più mirata, meno istintiva e più consapevole del bersaglio. È garage-punk che pesta duro, sì, ma con gli occhi aperti.
Condividere palchi con nomi come The Hives, Ty Segall e Bad Nerves non è un caso, così come non lo è la loro presenza in festival come l’Hellfest: gli Spitters sono una band che funziona perché non cerca scorciatoie. Fake Brutal lo conferma senza mezzi termini.
Un disco che corre, graffia e ogni tanto si ferma quel tanto che basta per farti capire dove sei finito. Poi riparte. E non guarda indietro.
Nessun commento:
Posta un commento