martedì 21 aprile 2026

The Post Seasons hanno pubblicato il primo album “Songs For The Sound Guy”


Non c’è alcun riscaldamento qui: Songs For The Sound Guy parte subito, come una band che attacca il primo pezzo mentre metà del pubblico sta ancora ordinando da bere. L’esordio dei The Post Seasons non costruisce atmosfera, la travolge. È un disco che nasce già in movimento, senza introduzioni e senza scuse.

Il quartetto nasce da gente che la scena indie se l’è già fatta addosso e addosso agli altri, tra nomi come Glass Cosmos, Panamas e Lowinsky. Qui però non c’è voglia di ricostruire, né di rifinire troppo: c’è semmai l’urgenza di buttare giù qualcosa che stia in piedi da sola, anche se traballa. Anzi, meglio se traballa.

Il disco è stato scritto e registrato nel giro di poche settimane, e si sente. Ma nel senso giusto. Le canzoni arrivano dritte, senza anticamera, con quella miscela di indie rock e punk che non cerca di essere elegante ma efficace. Chitarre che graffiano senza fare scena, ritmiche serrate, e una tensione emotiva che non viene mai addomesticata.

Il riferimento ai The Paddingtons non è casuale: c’è la stessa attitudine diretta, lo stesso gusto per i brani che ti prendono per il colletto e non ti mollano. Ma dentro Songs For The Sound Guy c’è anche una componente più disillusa, quasi cinica, che si incastra tra le pieghe dei pezzi e li rende meno prevedibili di quanto sembrino al primo ascolto.

La band si racconta con ironia, tirando in ballo New York Dolls, The Replacements e Jets to Brazil, ma la verità è che i Post Seasons suonano come qualcuno che non ha più tempo da perdere. Niente nostalgia, niente rincorsa: solo canzoni sparate fuori con quello che hanno, così come viene.
La produzione segue la stessa filosofia: registrato da Federico Inguscio al FTS Studio e rifinito da Ettore Gilardoni al Real Sound Studio, il disco mantiene un suono crudo ma leggibile, senza impastare tutto in un muro indistinto. Ogni elemento resta al suo posto, ma senza mai sembrare troppo comodo.

Songs For The Sound Guy è un debutto che non chiede permesso e non cerca approvazione. Funziona proprio perché non si preoccupa di funzionare. È un disco che nasce veloce, corre veloce e ti lascia con quella sensazione addosso di qualcosa di vero, anche se imperfetto.
E a volte è tutto quello che serve.





Turbo Gooo! In arrivo in autunno “Il Culto del Procione”


C’è qualcosa di strano che si muove tra le valli orobiche: odore di fuzz, rituali improvvisati e un procione che probabilmente sa più cose di noi. I Turbo Gooo! annunciano il nuovo album “Il Culto del Procione”, in uscita nell’autunno 2026 per L’Autunno della Vita, disponibile in vinile, cassetta e sulle piattaforme digitali.
Registrato ai Gotama Studio e prodotto da PierPaolo Alessi (già al lavoro con Disordine e Buscemi’s Eyes), il disco sembra voler prendere ogni genere e strappargli le etichette: dentro ci finiscono death punk, stoner, speed rock e una vena hardcore che corre come un motore fuori giri. Il risultato non è un collage, ma una creatura unica, rumorosa e decisamente viva.

Il Culto del Procione” si muove tra occultismo e critica sociale, ma senza mai prendersi troppo sul serio. È un rituale, sì, ma con le scarpe sporche di strada e una certa ironia sotto pelle. I testi parlano di resistenza, libertà di pensiero e rifiuto dell’autoritarismo, infilando tutto dentro un immaginario esoterico che sembra più un’arma che una fuga.

Clam Sacco, evocato (letteralmente) tramite seduta spiritica, lo definisce così: “Un grimorio sonoro per chi combatte, fuori e dentro la testa”. E in effetti il disco sembra proprio questo: un manuale rumoroso per attraversare il caos moderno senza farsi addomesticare.

Tra acidi pesanti, velocità nervosa e una sana attitudine anti-FA, i Turbo Gooo! preparano un lavoro che non chiede permesso e non cerca compromessi. E se nel frattempo ci scappa anche una teglia di patate al forno, tanto meglio.
L’autunno 2026 potrebbe avere una colonna sonora decisamente più selvaggia del previsto.

Info Band & Social:




Il Pane e La Peste – “Fabbrica” il nuovo singolo


Il duo vicentino Il Pane e La Peste torna con un nuovo singolo, “Fabbrica”, in uscita il 17 aprile su tutte le piattaforme.

Dopo uno stop durato diversi anni, Martino e Luca hanno ripreso in mano il progetto con lo stesso approccio diretto e indipendente di sempre. Chitarra, batteria e basi elettroniche si intrecciano in un suono che resta volutamente grezzo, senza troppe rifiniture, in pieno spirito DIY.

Fabbrica” è un brano che affonda le radici nel punk, ma si muove su una struttura elettronica che ne amplifica l’impatto. Il risultato è un pezzo teso e ripetitivo, che richiama ritmi meccanici e atmosfere industriali, coerenti con il titolo.

Nel percorso della band confluiscono anche le esperienze passate dei membri (Almandino QuiteDeLuxe, 3Ska, Monkey’s Hill), che contribuiscono a definire un’identità sonora personale, costruita senza seguire mode o schemi precisi.
Con questo nuovo singolo, Il Pane e La Peste prosegue il proprio ritorno, portando avanti una visione semplice ma chiara: fare musica in modo autonomo, mantenendo un suono autentico e immediato.

SPOTIFY

YOUTUBE

INSTAGRAM



couchgagzzz – primitive men: ritorno alle origini


C’è qualcosa di profondamente liberatorio nel nuovo lavoro dei couchgagzzz: come premere “reset” mentre il mondo va in crash. Primitive Men è un pugno breve ma dritto, quattro tracce di egg punk che sfrecciano senza chiedere permesso, lasciando dietro di sé una scia di distorsioni, synth taglienti e una sensazione persistente di disagio lucido.

Il quartetto barese torna il 18 aprile 2026 con un’uscita che è più di un semplice EP: è un piccolo manifesto di involuzione consapevole. In un’epoca che spinge verso una produttività tossica e identità sempre più costruite, i couchgagzzz scelgono di fare un passo indietro, anzi quattro, fino a immaginare una riscrittura delle regole stesse dell’evoluzione umana.

La title track Primitive Men apre il disco come una porta sbattuta in faccia: diretta, minimale, quasi tribale nella sua urgenza. Subito dopo, Mighty Dog corre su binari più ironici ma non meno feroci, mentre I Can’t Find a Job centra il bersaglio con una frustrazione che non ha bisogno di traduzioni. Chiude Bæd Times, che suona come una resa dei conti con il presente, tra sarcasmo e nervi scoperti.

Il tratto distintivo? Un synth che non fa da contorno ma guida il gioco, diventando spina dorsale melodica e creando un contrasto intrigante con l’impatto grezzo delle chitarre. Il risultato è un equilibrio instabile ma affascinante, come un motorino truccato che vibra troppo ma non si ferma mai.

Registrato, mixato e masterizzato da Filippo Strang al VDSS Studio, il disco mantiene una produzione essenziale ma incisiva, perfetta per valorizzare l’immediatezza del suono. Anche l’artwork di Tony Fasanella contribuisce a definire l’immaginario della band: storto, ruvido, senza filtri.

Nati in uno scantinato di Bari nel 2021, JJ, BB, Garko e Snafu arrivano da esperienze diverse della scena pugliese ma parlano una lingua comune fatta di velocità e attitudine DIY. Dopo l’esordio Gosports!!!, che li aveva già messi sotto i riflettori tra classifiche e passaggi radio internazionali, questo nuovo capitolo li conferma come una delle realtà più interessanti dell’underground italiano.

Primitive Men non cerca soluzioni. Piuttosto, smonta il problema e ci balla sopra. E nel farlo, pone una domanda semplice ma scomoda: e se tornare indietro fosse l’unico modo per andare avanti?


lunedì 20 aprile 2026

Crancy Crock: “Facce Tristi” torna a colpire, più viva che mai


Ci sono canzoni che non invecchiano. Restano lì, come cicatrici sotto pelle: magari non le vedi ogni giorno, ma quando tornano a farsi sentire, bruciano ancora. I Crancy Crock lo sanno bene, e infatti hanno deciso di riaprire una di quelle ferite con “Facce Tristi”, riportandola nel presente con una nuova veste e una nuova voce.

Il brano, originariamente incluso in Non Con Noi del 2006, rinasce a distanza di vent’anni con la collaborazione di Riccardo dei Labile. Non è un semplice remake, ma una vera e propria trasfusione emotiva: stessa ossatura, ma sangue nuovo che scorre nelle vene. La voce di Riccardo aggiunge profondità e una sfumatura più malinconica, quasi crepuscolare, che amplifica il peso specifico del pezzo.

Facce Tristi” resta un pugno nello stomaco. Il testo affonda le mani nella memoria del G8 di Genova del 2001, evocando una delle pagine più tese e dolorose della storia recente italiana. Non c’è retorica, non c’è filtro: solo immagini crude, disillusione e quella sensazione di smarrimento collettivo che ha segnato un’intera generazione. È un racconto che oggi suona ancora necessario, soprattutto per chi quegli anni non li ha vissuti ma ne eredita le conseguenze.

Dal punto di vista sonoro, la band aggiorna il tiro senza snaturarsi. Il risultato è un punk rock più maturo, compatto, capace di mantenere intatta l’urgenza dell’originale ma con una produzione più consapevole, più “a fuoco”. Non si tratta di nostalgia, ma di memoria attiva: quella che non si limita a ricordare, ma pretende di essere ascoltata.

Anche l’aspetto visivo accompagna questa operazione con coerenza: la grafica firmata da Jacopo Ghisleni (Jerry Moovers) richiama direttamente l’immaginario legato al G8, mentre il videoclip curato da Alessandro Sassi aggiunge un ulteriore livello di lettura, trasformando il brano in un piccolo documento audiovisivo.
In uscita il 16 aprile su tutte le piattaforme digitali, il singolo è supportato dalle etichette indipendenti Gasterecords e Samoan Records, a conferma di un percorso sempre radicato nel DIY e nella scena.

Attivi dal 1997, i Crancy Crock non hanno mai smesso di macinare chilometri, riff e sudore. Sette album alle spalle, palchi condivisi con nomi importanti della scena punk italiana e internazionale, e una missione che non è mai cambiata: suonare forte, dire le cose come stanno e tenere viva una comunità.

Facce Tristi” oggi non è solo una canzone. È un promemoria. Una sirena che continua a suonare, anche quando qualcuno vorrebbe spegnerla. Perché stare fermi non serve. E la partecipazione, quella sì, fa ancora rumore.

Ascolta "Facce Tristi"

Videoclip:





venerdì 17 aprile 2026

MECHA PRJT: complotti, synth e notti lunari nel nuovo singolo “LA LUNA (stanotte)”


Dopo aver acceso la miccia con Alte Aspettative nel 2025, i MECHA PRJT non si sono certo seduti a contemplare il panorama. Anzi: mentre macinavano chilometri tra Roma, Bologna, Bergamo e Brescia, hanno infilato anche sessioni in studio come fossero level-up nascosti tra un live e l’altro.

Il risultato? “LA LUNA (stanotte)”, in uscita il 17 aprile, un brano che prende le teorie del complotto e le trasforma in carburante sonoro. Terra piatta, rettiliani, dubbi sull’allunaggio: tutto quello che normalmente popola gli angoli più oscuri di internet qui diventa materia prima per un pezzo che non si prende troppo sul serio, ma suona dannatamente serio.


La particolarità sta anche nella lavorazione: il brano è stato prodotto principalmente utilizzando i synth che la band porta sul palco. Tradotto: nessun trucco da studio iper-costruito, ma una trasposizione quasi diretta dell’energia live, con quel gusto analogico che vibra e pulsa come un’insegna al neon a mezzanotte.

L’immaginario è chiaro: una notte leggermente storta, il cielo che sembra osservarti e una playlist che ti accompagna mentre inizi a dubitare di tutto… ma con il sorriso storto di chi sa che, in fondo, è tutto parte del gioco.

A completare il viaggio ci pensa una copertina “assurda” firmata da Saragia Art, perfetta per incorniciare il mood tra sci-fi e ironia, mentre il mix e master porta la firma di Da Ve, a dare ordine al caos cosmico. La distribuzione è affidata a Sputnik Music Group insieme ad Altafonte Italia.
“LA LUNA (stanotte)” promette di essere una piccola orbita impazzita nella discografia dei MECHA PRJT: un pezzo che gioca con le paranoie collettive e le trasforma in un’esperienza sonora da vivere tutta d’un fiato.
E se stanotte alzi gli occhi al cielo… magari non troverai risposte. Ma almeno avrai la colonna sonora giusta.

Rockardìa: “Mi va bene così”, il nuovo singolo con La Sindrome Di Peter Punk


Crescere, dicono, significa mettere tutto in ordine. I Rockardìa rispondono con una risata storta e un ritornello che resta incastrato in testa. Tornano con “Mi va bene così”, nuovo singolo in uscita venerdì 17 aprile 2026, e lo fanno aprendo una fase nuova, più consapevole ma senza perdere un grammo di istinto.

Il brano è punk rock melodico diretto, senza filtri né scorciatoie. Dentro ci trovi bollette, lavoro, aspettative che bussano come vicini molesti e quella sensazione di non essere mai abbastanza “in linea”. La risposta della band è semplice e potentissima: non esiste un copione valido per tutti. “Mi va bene così” è una presa di posizione, un piccolo manifesto quotidiano per chi sceglie di non rincorrere modelli imposti.

Musicalmente il pezzo colpisce dritto al punto: chitarre incisive, struttura compatta e un ritornello costruito per essere urlato sotto palco. È quel tipo di energia che non chiede permesso, ma entra e si prende spazio, mantenendo saldo il legame con il punk rock italiano più autentico.

A dare ulteriore peso al singolo c’è il featuring di Nicolò Gasparini, voce storica dei Peter Punk e de La Sindrome di Peter Punk. Non è solo un cameo, ma un vero passaggio di testimone generazionale: una connessione che rafforza il messaggio del brano e lo inserisce in continuità con una scena che ha sempre fatto dell’urgenza espressiva la propria bandiera.

Il singolo arriva dopo un periodo intenso per la band. Dal featuring con Fry Moneti dei Modena City Ramblers nel 2024, fino alla pubblicazione nel 2025 di “Novità Passate - Punk Invasion (Live Vocal & Drum Cuts)”, i Rockardìa hanno consolidato identità e rapporto con il pubblico, senza mai smettere di evolversi.

Ora si volta pagina. “Mi va bene così” segna l’inizio di un nuovo capitolo, con la stessa attitudine di sempre: raccontare la realtà senza edulcorarla, ma senza nemmeno arrendersi.

Prima occasione per sentirlo dal vivo? Domenica 3 maggio 2026 al Venice Punk, all’interno del Bloom Venice Festival, dove il brano farà il suo debutto sul palco con la presenza speciale di Nicolò Gasparini.

Perché a volte andare controvento non è una scelta eroica. È semplicemente l’unica possibile. E, tutto sommato, va bene così.



giovedì 16 aprile 2026

ZONA 84 tornano con il nuovo disco "Contra Viento y Marea" in uscita il 18 Aprile


Se una macchina gira da oltre trent’anni, hai due possibilità: o si smonta pezzo dopo pezzo… oppure diventa un mostro perfettamente oliato. Nel caso degli ZONA 84, la risposta è chiara: il motore ruggisce ancora, e pure più forte di prima.
Da Rosario, Argentina, il quintetto torna con Contra Viento y Marea, un disco che non suona nostalgico ma necessario. Qui dentro c’è il DNA del primo punk londinese, quello ruvido, diretto, senza trucco né parrucco, ma contaminato da una strada sudamericana che sa di polvere, sudore e birra rovesciata sul marciapiede.

Le chitarre sono lame affilate, il basso e la batteria marciano compatti come un blocco che non arretra di un centimetro. Non c’è spazio per fronzoli o virtuosismi inutili: ogni pezzo è costruito per essere urlato sotto palco, con il pugno alzato e la voce che si spezza a metà ritornello.

I testi non fanno giri larghi. Parlano di resistenza, di cicatrici, di battaglie perse e di quelle che continuano anche quando sei stanco morto. È il suono di chi ha preso colpi, è finito al tappeto, ma si è rialzato con un ghigno storto e ha detto: “sono ancora qui”.

Quando arriva una frase come “sono stanco di accettare le vostre regole”, non è una metafora: è un mattone che vola dritto contro una vetrina.
Certo, c’è anche disillusione. Dopo oltre tre decenni di lotta, il peso si sente. Ma non è resa: è carburante sporco che tiene acceso il fuoco. Ed è proprio questa tensione tra stanchezza e ostinazione a dare al disco il suo morso più autentico.

Contra Viento y Marea non è musica da sottofondo. È il tipo di album che ti costringe ad alzare il volume fino a far bussare i vicini, aprire una birra e cantare come se fossi di nuovo nel tuo primo concerto. È memoria viva, non celebrazione.

Gli ZONA 84 non sono solo un motore d’epoca che continua a girare. Sono una nave con le vele tese che attraversa la tempesta senza cambiare rotta. E mentre tutto spinge contro, loro vanno avanti.
Controvento. Controcorrente. Ancora in piedi.
Forza.








Gretel’s Revenge tornano con “Serial Lover”: fiabe punk dopo anni di silenzio


Nulla è stabile, ma la musica resta. E nel caso delle Gretel’s Revenge, resta con una forma tutta loro: sospesa, eppure capace di colpire dritto. Dopo anni lontane dalle uscite discografiche, la band torna con “Serial Lover”, un nuovo brano che riaccende quel mondo fatto di punk rock e suggestioni fiabesche.


Band attiva dal 2009, le Gretel’s Revenge hanno sempre costruito un’identità fuori dai percorsi più battuti. Al centro del progetto c’è Isabel Mariani, chitarrista e autrice con formazione classica, capace di fondere tecnica e visione in un linguaggio personale. Intorno a lei, una dimensione artistica che non si limita alla musica: tra natura, animali salvati e il suo “Gretel Ranch” tra il Po e i Colli Euganei, prende forma un immaginario che finisce inevitabilmente anche nei brani.

Serial Lover” segna il ritorno della band con quello che loro stesse definiscono uno “spessore onirico”: una dimensione sonora che alterna energia e atmosfera, realtà e immaginazione. Il pezzo si muove tra chitarre decise e linee vocali evocative, mantenendo quell’equilibrio sottile tra impatto punk e narrazione emotiva. Non è un semplice comeback, ma una riaffermazione di stile.

La formazione vede:
Isabel Mariani – chitarra e cori
Nikky – voce
Matilde – basso
Arianna – batteria

A dare coesione al tutto è il lavoro di Rubén Velasco, che ha curato mix e produzione presso il Madroño Studio di Madrid, valorizzando ogni sfumatura senza appiattire l’anima del brano.

Con “Serial Lover”, le Gretel’s Revenge non inseguono il presente: lo attraversano con passo proprio. E nel farlo, ricordano che certe band non spariscono davvero. Restano in silenzio, come storie in attesa di essere raccontate di nuovo.





Link




mercoledì 15 aprile 2026

MINIMO VITALE – “CRONACHE DA BORDO RING”


C’è un suono che non chiede il permesso. Entra, si siede accanto e inizia a raccontarti la vita come se foste amici da sempre. È quello dei Minimo Vitale, che con “Cronache da bordo ring” tornano sul quadrato con un lavoro più raccolto, più riflessivo, ma anche più stratificato.
Pubblicato il 1° marzo 2026, questo secondo capitolo si presenta formalmente come un EP, ma nella sostanza ha il peso specifico di un disco che sa dove vuole andare. Cinque tracce, di cui quattro originali e un mash-up che unisce mondi apparentemente distanti come La Crus e The Prodigy, in un cortocircuito sonoro che funziona sorprendentemente bene.

Se l’esordio era un manifesto identitario, qui i Minimo Vitale affinano le armi. Il loro spoken word resta il cuore pulsante, ma attorno si muove un ecosistema più complesso: synth dosati con intelligenza, programmazioni mai invadenti e una tensione sonora che accompagna ogni parola come un respiro corto tra un colpo e l’altro.

Il singolo “Pugile Suonato”, anticipato da un video animato, è già una dichiarazione d’intenti: una figura stanca ma resistente, che incassa e resta in piedi. Ed è proprio questa la cifra del disco. Non c’è eroismo patinato, ma una fragile ostinazione quotidiana, raccontata con liriche più intime rispetto al passato.


Nati ad Aosta nel 2017 come tributo ai Massimo Volume, i Minimo Vitale hanno fatto un percorso che li ha portati lontano da qualsiasi etichetta derivativa. La vittoria a Rock Targato Italia nel 2022 e la partecipazione a Musicultura 2024 hanno segnato tappe importanti, ma è con questo lavoro che la band sembra davvero aver trovato una propria voce definitiva.

Il live al Teatro Splendor nel 2025 aveva già mostrato una band in evoluzione, capace di integrare elementi elettronici senza perdere l’impatto umano. “Cronache da bordo ring” raccoglie tutto questo e lo trasforma in un racconto coerente, dove ogni traccia è un frammento di realtà osservata da vicino, quasi con il fiatone.


Funziona la scrittura, che evita retorica e cliché. Funziona l’equilibrio tra parola e suono, sempre delicato ma mai fragile. Funziona soprattutto la capacità di costruire immagini senza bisogno di urlare, lasciando che sia l’ascoltatore a completare il quadro.

“Cronache da bordo ring” è un disco che non cerca il knockout immediato. Lavora ai fianchi, lentamente, e quando te ne accorgi sei già dentro. I Minimo Vitale confermano di essere una delle realtà più interessanti della scena indipendente italiana, con un’i-dentità sempre più definita e una direzione artistica chiara.

Un secondo round che non alza la voce, ma lascia il segno.





martedì 14 aprile 2026

Naked Run – “OSTACOLI”: correre contro il mondo, senza allacciarsi le scarpe


Ci sono dischi che ti prendono per mano. E poi ci sono dischi come “OSTACOLI” dei Naked Run, che ti spingono giù dal marciapiede e ti dicono: “Adesso vai, e guarda dove metti i piedi”. Otto tracce che non cercano scorciatoie ma si infilano dritte nella quotidianità, tra inciampi, piccole disfatte e qualche risata amara.
Il debutto della band italiana è un mosaico di vita vissuta, costruito su testi diretti e senza anestesia. Qui dentro c’è tutto: la fatica di stare al passo, le contraddizioni sociali, i cortocircuiti interiori. Ma soprattutto c’è quella sensazione familiare di essere sempre un po’ fuori tempo massimo.

Sul piano sonoro, “OSTACOLI” gioca di contrasti come un semaforo impazzito: chitarre distorte e compatte si alternano a momenti più ariosi, tra arpeggi puliti, inserti di pianoforte e incursioni di synth che aprono finestre inaspettate. Il risultato è dinamico, mai statico, con ogni brano che aggiunge un pezzo al puzzle emotivo della band.

La tracklist è un piccolo catalogo di sopravvivenza contemporanea:
“Michael Scofield” usa la metafora della fuga per parlare di una società che stringe sempre di più, fino a rendere la libertà un concetto sfocato.
“Ogni Giorno” fotografa con ironia la procrastinazione cronica, quel limbo in cui si rimanda tutto… anche il cambiamento.
“Gloria” è un episodio surreale e reale insieme: una storia liceale che diventa una ballad in crescendo, leggera ma mai vuota.
“Vortici” è il caos emotivo che esplode senza preavviso: ansia, rabbia e insonnia che si accavallano come traffico all’ora di punta.
“Come Me Stesso” rallenta il passo e guarda dentro, tra fragilità e voglia di non mollare.
“PPP” affonda il colpo sul potere e le sue incoerenze, senza fare troppi giri di parole.
“Non Ho Voglia” è uno schiaffo al mondo del lavoro contemporaneo, soprattutto per chi prova a entrarci senza protezioni.
“50 Special” chiude con una rilettura personale del classico dei Lunapop, trasformato in qualcosa di più ruvido ma ancora pieno di nostalgia.


I Naked Run si muovono dentro il pop punk con un’attitudine che non cerca di lucidarsi troppo: l’urgenza emotiva resta al centro, insieme a quella voglia di creare ritornelli da urlare sotto palco, sudati e senza voce. C’è una componente generazionale forte, ma mai forzata: le loro storie funzionano perché sono riconoscibili, perché sembrano succedere anche a chi ascolta.

OSTACOLI” non promette soluzioni. Non ti dice come saltare le barriere. Ti invita piuttosto a guardarle in faccia, magari prenderle in pieno, e continuare a correre lo stesso.

E in fondo è proprio lì che il disco trova la sua identità: non nell’evitare gli urti, ma nel trasformarli in canzoni.

ASCOLTA "OSTACOLI”!

SCHLACHTRUF 1.3.1.2.: il ritorno dopo 12 anni è una detonazione DIY chiamata “Remaster Against Humanity”


Dimenticate la polvere sugli amplificatori: gli SCHLACHTRUF 1.3.1.2. sono tornati, e non con passo felpato ma con anfibi sporchi e una cassa dritta nei denti. Dopo dodici anni di “astinenza musicale” – una pausa che sa più di fuga per comprare sigarette che di addio – il quartetto di Passau riemerge con il primo album, “Remaster Against Humanity”, un titolo che già suona come una dichiarazione di guerra alla noia.

Qui il punk rock non viene riesumato, perché non era mai morto: si era solo nascosto dietro il bancone, a ridere di tutto. E infatti il disco è un piccolo laboratorio anarchico dove il DIY non è una posa ma una filosofia vissuta fino in fondo. Autoprodotto, videoclip fatti in casa, strumenti costruiti da zero: più che una band, sembrano un’officina sonora con scintille che volano ovunque.

I brani raccontano bene il loro approccio: “0.0 (non-alcoholic beer)” è già un ossimoro che puzza di provocazione, “Shoes” e “Evidence Chamber” giocano con l’assurdo e lo slapstick sonoro, mentre pezzi come “Scum of Humanity” e “Globule Overdose” iniziano a graffiare più a fondo, portando il sorriso verso un territorio più scomodo. È lì che il disco si diverte davvero: quando ti fa ridere e subito dopo ti mette leggermente a disagio, come una battuta che colpisce troppo vicino.


I SCHLACHTRUF 1.3.1.2. sembrano serissimi, ma è solo una maschera: sotto c’è un’ironia corrosiva che scioglie ogni pretesa di rigidità. Il risultato è un album che non chiede permesso e non cerca approvazione, ma si piazza sul tavolo come una lattina agitata pronta a esplodere.
La band non svela troppo, e forse fa bene così. L’unico consiglio che lasciano è perfettamente in linea con il loro spirito: ascoltare “Remaster Against Humanity” solo sopra i 2,5 per mille. Tradotto: lasciate perdere le istruzioni e premete play.


Instagram:


lunedì 13 aprile 2026

Die Abete tornano con “Gola”: il nuovo singolo che anticipa “Giovani Volpi”


Dopo anni di silenzio che sembravano aver inghiottito ogni eco, i Die Abete riemergono con “Gola”, primo singolo estratto da Giovani Volpi, il nuovo album in uscita il 15 maggio 2026 per To Lose La Track. Non è un ritorno accomodante, ma una riapparizione che graffia, scava e lascia segni netti.

Gola” è un brano teso come un filo elettrico scoperto: breve, violento, attraversato da scosse improvvise. La band di Terni riprende il proprio percorso esattamente da dove l’aveva lasciato, ma con una furia ancora più lucida. Il loro suono continua a muoversi su un terreno instabile dove post-hardcore, screamo, math e punk si intrecciano in una struttura nervosa, mai prevedibile, sempre sul punto di collassare.




Ad accompagnare il singolo c’è il videoclip diretto da Stefania Carbonara, un piccolo vortice visivo che amplifica l’identità del pezzo. Le immagini sono crude, disturbanti, quasi ipnotiche: materia organica e suggestioni meccaniche si alternano e si sovrappongono, mentre frammenti live catturano la dimensione più istintiva e viscerale della band. Il risultato è un’estensione naturale del brano, più che una semplice traduzione per immagini.


Attivi dal 2014, i Die Abete si sono costruiti nel tempo una reputazione solida nella scena hardcore italiana grazie a un approccio radicale e fuori dagli schemi.

 ’esordio Tutto o Niente (V4V Records / Fallo Dischi) è stato un manifesto di violenza compressa in poco più di un quarto d’ora, mentre Senza Denti (2017) ha affinato il caos trasformandolo in un linguaggio ancora più consapevole e affilato. A rendere unica la prima fase della band era anche la scelta di una doppia batteria, una delle quali suonata dal cantante, elemento che contribuiva a creare una tensione ritmica quasi schizofrenica.

Nel corso degli anni, i Die Abete hanno condiviso il palco con nomi come Culture Abuse, Melt-Banana, Crowbar e Retox, consolidando una dimensione live feroce e senza compromessi. Nel 2019, con l’EP A Day of Collapse in collaborazione con Hey Saturday Sun, hanno spinto ulteriormente la propria scrittura verso territori più abrasivi e obliqui.

Dopo una lunga pausa, il ritorno nel 2023 segna un nuovo capitolo: via la doppia batteria, dentro una formula più essenziale ma non meno tagliente. Venticinque date in tutta Italia hanno rimesso in moto la macchina, preparando il terreno per questo nuovo disco.

Giovani Volpi si annuncia come un lavoro di trasformazione e continuità insieme. “Gola” è il primo assaggio: un morso secco, che non chiede permesso e non lascia scampo. Una dichiarazione chiara: i Die Abete sono tornati, e non hanno alcuna intenzione di suonare più docili.


Link:




venerdì 10 aprile 2026

La Trappola di Dalian torna con “Giovani Interrotti”


Certe canzoni non bussano piano: entrano come una stanza rimasta chiusa troppo a lungo, piena di ricordi che hanno ancora voce. È proprio da lì che nasce “Giovani Interrotti”, il nuovo singolo de La Trappola di Dalian, in uscita venerdì 10 aprile 2026.

Il progetto torinese firma un brano emotivo e diretto, capace di raccontare con lucidità ciò che resta quando due persone vengono separate da qualcosa di più grande di loro. Non è solo una storia d’amore, ma una fotografia sospesa fatta di parole mai dette, di legami che resistono nel tempo e di sentimenti che non si arrendono nemmeno quando le strade si dividono.

Giovani Interrotti” si muove su un equilibrio sottile: da una parte la malinconia, dall’altra una consapevolezza quasi tagliente. Il cuore del brano è quel momento preciso in cui ci si accorge che qualcosa è finito prima ancora di essere compreso davvero.

È la voce di chi avrebbe voluto un’ultima occasione, di chi continua a portarsi dietro un “ti ho sempre amato” rimasto incastrato tra passato e presente. La canzone diventa così una confessione universale, capace di parlare a chiunque abbia vissuto un amore interrotto troppo presto, ma mai davvero svanito.

Dal punto di vista sonoro, La Trappola di Dalian continuano a costruire il loro mondo senza barriere: alt-rock, punk ed elementi elettronici si intrecciano creando un impasto sonoro vivo, nervoso, ma anche profondamente emotivo.
Le chitarre spingono, la ritmica pulsa, mentre le atmosfere più intime si insinuano tra le crepe del brano, lasciando spazio alla vulnerabilità del testo. Al centro di tutto, la voce di Sofia: graffiante, espressiva, capace di trasformare una storia personale in qualcosa di condiviso, quasi collettivo.


Nati a Torino nel 2019 dall’incontro tra Alessio Piedinovi e Sofia Cazzato, La Trappola di Dalian ha costruito nel tempo un’identità precisa, fatta di contaminazioni sonore e di una scrittura che non teme di affrontare i lati più complessi delle relazioni umane.

Dopo l’album di debutto “Oltre il click” nel 2022, e il concept EP “L’amore (NON) è” del 2025, il nuovo singolo rappresenta un ulteriore passo avanti nel loro percorso artistico. Nel frattempo, la band ha consolidato anche la propria dimensione live, condividendo il palco con nomi importanti della scena rock italiana e rafforzando sempre di più il legame con il pubblico.

Con “Giovani Interrotti”, La Trappola di Dalian non cercano risposte facili. Raccontano piuttosto quella zona grigia dove finiscono le storie e iniziano i ricordi. Ed è proprio lì, tra distanza e memoria, che la loro musica continua a trovare un senso.

giovedì 9 aprile 2026

Bram Stalker – “B.S.”: basso, rabbia e verità senza filtri



Ci sono dischi che osservano il mondo da fuori. E poi ci sono dischi che ti prendono per il colletto e ti sbattono davanti allo specchio. “B.S.” dei Bram Stalker appartiene senza esitazione alla seconda categoria.

Dodici brani che non cercano equilibrio ma impatto: basso distorto che si espande come una crepa nel cemento, batteria martellante che non concede tregua e una voce abrasiva che non racconta, attacca. Niente chitarre, niente click, nessuna rete di sicurezza. Tutto in presa diretta, tutto vivo, tutto pericolosamente reale.

Il titolo è una dichiarazione brutale: “B.S.” sta per bullshit. Una parola che attraversa illusioni personali, dipendenze, rapporti che si sgretolano dall’interno e sistemi che si nutrono delle nostre fragilità. Ma il bersaglio principale non è il mondo là fuori.

È quello che trovi quando abbassi lo sguardo e non puoi più evitare il riflesso.
Il disco si muove tra claustrofobia ed esplosione, tra lucidità tagliente e stordimento. Non offre rifugi né redenzioni facili. Qui l’attrito non viene smussato: viene amplificato fino a diventare catarsi.
“B.S.” nasce da oltre venticinque brani e arriva a dodici tracce come una selezione chirurgica. Nessun riempitivo, nessuna concessione. Il basso viene spinto oltre il suo ruolo tradizionale, sdoppiato e deformato fino a occupare tutto lo spazio, mentre la batteria incalza e la voce si insinua come un pensiero che non riesci a zittire.

In un’epoca di playlist usa e getta, la scelta è altrettanto netta: il disco completo non sarà su Spotify. L’esperienza integrale vive su Bandcamp, mentre il singolo “Stoned Leo” e gli altri estratti restano disponibili sulle piattaforme.

Perché lo streaming è scoperta. Ma il supporto è sopravvivenza.

Ascolta il disco in streaming

Biografia
Bram Stalker è un duo nato nel 2018, formato da Andrea Maceroni (voce e basso, produttore presso Slam Studio Recordings) e Jacopo De Marco (batteria).
Un power duo senza chitarra, lontano dai centri nevralgici della scena e vicino a un’idea precisa di suono: essenziale, fisico, diretto.

Bram Stalker è tensione che pulsa sotto pelle. È ansia, rabbia ed eccitazione mescolate a birra bionda e notti troppo lunghe. È lo scontro con il proprio peggior nemico, che alla fine ha sempre il tuo volto. È rimorso, inadeguatezza, ipocondria. È un ansiolitico lasciato nel blister e una giornata vissuta con il cuore in accelerazione.

Dopo un primo EP, il duo torna con “B.S.”, un lavoro compatto e senza compromessi che raccoglie il meglio di anni di scrittura.

Nel loro percorso hanno collaborato con Nick Oliveri e condiviso il palco con gli IDLES, portando in giro un live viscerale, diretto, senza filtri.

“B.S.” non è un disco da ascoltare distrattamente.
È un disco da affrontare.


FU-YU fuori il singolo “La Caída”



C’è qualcosa che brucia sotto la pelle di “La Caída”, primo singolo dei Fu-Yu. Non è solo punk rock melodico, è una discesa senza corrimano, raccontata con parole che graffiano e una tensione emotiva che non lascia spazio alla comodità.

La band di Albacete debutta così, con un brano che affonda lo sguardo dentro il baratro della dipendenza da eroina, restituendone il lato più crudo: isolamento, vuoto, collasso. “La Caída” non cerca redenzione, ma mette in scena la caduta in tutta la sua violenza, trasformandola in un racconto tanto poetico quanto disturbante. È una fotografia sporca, senza filtri, che resta impressa.

Il suono segue la stessa linea: diretto, compatto, senza fronzoli. Le chitarre si muovono tra nervi scoperti e aperture melodiche, mentre la sezione ritmica tiene tutto in piedi con un passo serrato, quasi ossessivo. La produzione di Juanan López, curata nei Baboon Records, valorizza questa urgenza senza addomesticarla, lasciando al pezzo quella sensazione di pericolo costante.


Fu-Yu nascono nel 2024 dalle ceneri e dalle connessioni della scena locale di Albacete, unendo membri provenienti da realtà come Drollery, Insaniam e Gerba Monkey. Il risultato è un progetto che guarda al punk rock melodico spagnolo con radici ben piantate, richiamando per attitudine e impatto nomi come Desakato, Malos Vicios, Kamikazes e Periferia, ma con una voce già riconoscibile.

La Caída” è solo il primo tassello di un percorso più ampio: il brano farà parte di “El Incendio”, album di debutto in uscita il 1° maggio 2026. Nove tracce che promettono di muoversi tra tematiche sociali e racconti di resistenza, con uno sguardo lucido sulle contraddizioni contemporanee.

Nel frattempo, la band ha già segnato le prossime tappe: il 17 aprile arriverà il secondo singolo “Pangea”, mentre l’album completo vedrà la luce poche settimane dopo. Un calendario serrato, come se Fu-Yu non avessero alcuna intenzione di rallentare.

E forse è proprio questo il punto: “La Caída” non è solo una caduta. È anche l’impatto. E il rumore che fa.

Ascolta  "La Caída"




mercoledì 8 aprile 2026

Karma Field Records apre un nuovo varco: la poesia di Paolo Modolo tra anarchia e meditazione


Non è un cambio di rotta, ma una mutazione naturale. Come quando una distorsione si dissolve e lascia spazio a un silenzio carico di senso. 

Karma Field Records allarga il proprio raggio d’azione e pubblica “Quel soffio tra l’anarchia e il buddismo”, prima raccolta poetica di Paolo Modolo, mente e cuore dell’etichetta.

Figura ben radicata nell’underground italiano fin dagli anni Novanta, Modolo ha attraversato palchi e chilometri con progetti come Anarcotici e In My June, fino ad arrivare alla dimensione più personale e visionaria di Willy Wonka Was Weird

Questo libro non interrompe quel percorso: lo traduce. Lo spoglia delle chitarre e lo lascia nudo, sulla pagina.
Il risultato è un lavoro breve ma denso, che si muove in equilibrio instabile tra poli opposti: ribellione e contemplazione, fragilità e lucidità, caos interiore e ricerca spirituale. Non c’è narrazione lineare, ma una sequenza di frammenti emotivi, ricordi e visioni che emergono come schegge. Più che raccontare, colpiscono.


La scrittura è essenziale, diretta, senza orpelli. Ogni parola sembra scelta per sottrazione, come se il non detto fosse parte integrante del testo. Il titolo stesso diventa una bussola imperfetta ma affascinante: un soffio sospeso tra tensioni che non cercano risoluzione.


Anche l’oggetto libro riflette questa identità. Il layout, fedele all’estetica minimale di Karma Field Records, gioca su contrasti netti tra bianco e nero, lasciando spazio al vuoto quanto al segno. Un equilibrio visivo che amplifica il peso delle parole.


Ad accompagnare l’ingresso nel mondo di Modolo c’è la prefazione di Andrea Liuzza (Beautiful Losers), che offre una chiave di lettura intima senza mai imbrigliare l’esperienza. Perché questo è un libro che non guida: attraversa.

E poi c’è un elemento che rompe la staticità della pagina. All’interno del volume, un QR code apre l’accesso all’audiobook disponibile su Bandcamp. La voce dell’autore aggiunge un ulteriore livello, trasformando la lettura in un’esperienza più immersiva, quasi performativa. La parola torna suono, chiudendo un cerchio.

Con questa uscita, Karma Field Records conferma la propria natura di spazio libero, dove le forme espressive si contaminano senza chiedere permesso. La musica non sparisce: cambia pelle.

“Quel soffio tra l’anarchia e il buddismo” non offre risposte facili, né cerca di farlo. È un passaggio, una vibrazione sottile, qualcosa che resta addosso più che nella testa. Un libro che non si spiega. Si attraversa.

ACQUISTO SU AMAZON:


ASCOLTO DELLE POESIE SU BANDCAMP:

DURACEL: ritorno dopo 8 anni con “Duemilauno” — EP in uscita, due singoli e live con MXPX e Talco al Punkadeka Festival 2026


Dopo otto anni di silenzio, quelli veri, quelli che fanno sembrare le chitarre appese al muro oggetti archeologici, i Duracel tornano a fare quello che sanno fare meglio: rumore con un senso. 

E lo fanno con “Duemilauno”, un EP che non è solo un ritorno, ma una specie di riavvio di sistema senza nostalgia tossica.

La band punk rock veneziana, attiva dal 2003 e premiata al MEI di Faenza nel 2009 come Miglior Punk Band Italiana, rimette in moto la macchina con una formula precisa: due singoli e un EP finale. 

Il primo assaggio, “Duemilauno”, arriva il 24 aprile, seguito da “Quanto Male Fai” il 22 maggio, fino alla pubblicazione completa del 6 giugno 2026.

Quattro tracce, registrate live in studio, senza filtri e senza paracadute. Produzione completamente DIY, perché certe cose o le fai così o non le fai proprio. Dentro l’EP trovano spazio anche “All’Angolo” e “La mia Identità”, chiudendo un cerchio che parte da un anno preciso, il 2001, e lo usa come bussola per orientarsi nel presente.

Il titolo non è nostalgia da playlist, ma un riferimento secco, quasi chirurgico. Anche l’estetica segue questa linea: una TV vintage con barre SMPTE in copertina, come a dire “il segnale c’è, ma sta a te sintonizzarti”.

Dietro le quinte, mix e mastering portano la firma di Andrea Spazza dei Derozer, una garanzia quando si parla di suono diretto, senza fronzoli e con il giusto grado di abrasione.

Nel corso degli anni, i Duracel hanno condiviso il palco con nomi come NOFX, SKA-P, Punkreas, Derozer, Tre Allegri Ragazzi Morti, Teenage Bottlerocket, Queers e Methadones, costruendo una traiettoria solida tra Italia ed estero. Questo ritorno non è quindi un revival, ma un nuovo capitolo scritto con la stessa calligrafia ruvida di sempre.

E dal vivo? Si riparte subito. L’8 maggio saranno al Jungle Punk Explosion alle Fornaci Estate di Vicenza insieme a The Slurmies, All Coasted e Succo Marcio. Poi appuntamento grosso il 5 settembre al Punkadeka Festival 2026 al Circolo Magnolia di Segrate, dove divideranno il palco con MXPX e Talco.

Nessun pre-save, nessuna strategia complicata: i brani usciranno direttamente su Spotify, Apple Music e tutte le piattaforme. Un approccio semplice, quasi old school, che in un’epoca di algoritmi sembra già una dichiarazione d’intenti.

I Duracel non tornano per ricordarti chi erano. Tornano per vedere se hai ancora voglia di stare al passo. E a giudicare da “Duemilauno”, il volume è già al livello giusto.

martedì 7 aprile 2026

Live For Life – Punk vs Cancer #15 (17 aprile, Palaconti Bussoleno): Wally Gators, Dialcaloiz, Crac Rural Core, Juda’s Kiss, Errico Canta Male, Weekend Cigarettes e Medusa


Non è il solito concerto. È uno di quegli appuntamenti che trasformano un palco in qualcosa di più grande, quasi un amplificatore collettivo dove ogni accordo spinge nella stessa direzione.

Venerdì 17 aprile torna al Palaconti di Bussoleno la quindicesima edizione di Live For Life – Punk vs Cancer, una serata che negli anni si è costruita una reputazione fatta di sudore, partecipazione e significato. Qui la musica non resta intrattenimento: diventa presenza, scelta, gesto concreto.

Sul palco si alterneranno:
Wally Gators
Dialcaloiz
Crac Rural Core
Juda’s Kiss
Errico Canta Male
Weekend Cigarettes
Medusa

Sette nomi, sette modi diversi di stare dentro la scena, ma con un’attitudine comune: suonare come se ogni pezzo contasse davvero. Perché qui conta.

Le porte apriranno alle 20:00, con inizio live alle 21:00. L’ingresso sarà a offerta libera, in perfetto spirito DIY: nessun prezzo imposto, solo la consapevolezza di partecipare a qualcosa che va oltre la musica.

La ricerca sul cancro non è distante, non è astratta. È intrecciata alle vite di tutti, fatta di volti, storie e battaglie quotidiane. Ed è proprio per questo che eventi come questo esistono: per unire, per sostenere, per non restare fermi.

L’intero ricavato della serata sarà devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro. Un motivo in più per esserci, sotto quel palco, a trasformare ogni nota in qualcosa che lascia il segno.

Medium Beer fuori il nuovo disco “Palchi e Barricate”


Ci sono dischi che sembrano uscire da uno studio, e poi ci sono dischi che sembrano uscire direttamente da un centro sociale alle due di notte, con l’odore di birra versata e amplificatori ancora caldi. “Palchi e Barricate”, nuovo lavoro dei Medium Beer, appartiene senza dubbio alla seconda specie.

In uscita il 3 aprile 2026 per KOB Records (KOB177), l’album è un pugno al petto che non chiede permesso. Niente pose, niente costruzioni artificiali: qui dentro c’è vita vera, quella fatta di provincia, di amicizie che salvano e di giornate che invece ti lasciano a terra. Il titolo è già un manifesto: da una parte il palco, luogo di espressione e sfogo; dall’altra la barricata, simbolo di resistenza e identità.

Palchi e Barricate” è un disco che si muove tra rabbia e appartenenza, tra il bisogno di urlare e quello di sentirsi parte di qualcosa. I Medium Beer raccontano una generazione che spesso resta ai margini, silenziosa non per scelta ma per mancanza di spazio. Giovani senza voce, o meglio: con una voce che trova casa solo nei live, negli spazi condivisi, nei momenti in cui il caos diventa collettivo.

Il cuore del disco batte proprio lì: nella provincia che soffoca ma che, allo stesso tempo, non si riesce ad abbandonare davvero. Un amore tossico, viscerale, che si trasforma in canzoni dirette, senza filtri. I testi parlano chiaro: disagio, identità, smarrimento. Ma anche resistenza, legami e quella strana bellezza che nasce tra chi “sbanda” senza avere una direzione precisa.

Musicalmente, i Medium Beer restano fedeli a un’attitudine Oi! ruvida e immediata, pensata più per essere vissuta sotto palco che analizzata a freddo. È musica che funziona meglio sudata, urlata in coro, condivisa spalla contro spalla.

La copertina, curata da Militanza Grafica, accompagna perfettamente il concept del disco, rafforzando quell’estetica militante e diretta che permea tutto il progetto.

Palchi e Barricate” non è un disco che cerca di piacere a tutti. È un disco che vuole parlare a qualcuno in particolare: ai ribelli, agli sbandati, a chi si sente fuori posto. E lo fa senza retorica, senza pietismo, ma con una sincerità che colpisce dritta dove deve.
Un album che non offre soluzioni, ma compagnia. E a volte, è esattamente quello che serve.

venerdì 3 aprile 2026

DASTY DAFREAK: “IDGAF” È IL MANIFESTO POP PUNK CONTRO LA CULTURA DEL PIANO B


Niente compromessi, niente uscite di sicurezza: “IDGAF” è la dichiarazione frontale con cui Dasty Dafreak rimette tutto in discussione. Un singolo pop punk diretto e senza filtri, che colpisce dritto nel punto in cui pressione sociale e identità personale iniziano a scontrarsi.

Disponibile dal 3 aprile 2026 su tutte le piattaforme digitali, il brano è una scarica elettrica che attraversa il conflitto tra pressione sociale, insicurezza personale e bisogno feroce di autodeterminazione. Non è solo rabbia: è lucidità che brucia.

Fin dalle prime battute, “IDGAF” si muove tra strofe intime e confessionali e un ritornello che esplode come una porta sbattuta in faccia alle aspettative altrui.

Frasi come “Perché alla mia età dovrei mollare col punk” e “Imparo dagli sbagli, solo per riuscire a rifarli” costruiscono un crescendo emotivo che trova il suo apice nell’urlo liberatorio: “I don’t give a fuck, non me ne frega un cazzo”. Non è menefreghismo da cartolina, ma una presa di posizione netta, quasi terapeutica.

Dasty Dafreak racconta senza filtri la frizione continua tra ciò che siamo e ciò che gli altri vorrebbero vedere. E lo fa con un linguaggio diretto, viscerale, che evita qualsiasi patinatura. Il risultato è un pezzo che si inserisce nel solco del pop punk contemporaneo, ma con una firma personale ben riconoscibile: niente nostalgia sterile, piuttosto una rilettura attuale e necessaria del genere.

La produzione, curata insieme a Nicola Russo (chitarra e basso) e Fabio Barzaghi (batteria), punta su un equilibrio dinamico: chitarre energiche, ritmiche serrate e un cantato volutamente poco filtrato. Il mix e master di Gabriele Marmondi (LonDi Studio) mantengono l’impatto crudo del brano, lasciando respirare il contrasto tra momenti più vulnerabili e aperture esplosive. Il suono è ruvido al punto giusto, come una cicatrice che non si vuole nascondere.


Dietro il progetto c’è un percorso tutt’altro che lineare. Nato nel 1994 e cresciuto nella periferia di Milano, Dasty inizia nel rap nel 2010 per poi tornare alle radici pop punk che lo hanno formato. L’influenza di band come Green Day, Blink-182 e Simple Plan si sente, ma non pesa: è più una lingua madre che un riferimento esplicito.
Dopo diverse esperienze discografiche poco soddisfacenti, arriva la scelta decisiva: riprendersi tutto. Nasce così uno studio indipendente insieme a Nick e Barza, trasformando un progetto solista in una creatura collettiva, alimentata da amicizia e visione condivisa. È qui che il suono evolve, aprendosi anche a elementi più contemporanei ed elettronici, senza perdere l’attitudine DIY.

IDGAF” è il primo vero squillo di questa nuova fase. Un brano che rifiuta la logica dell’accontentarsi e mette in discussione l’ossessione collettiva per il “mettersi a posto”. Più che un singolo, è una dichiarazione d’intenti: smettere di vivere secondo le paure degli altri.
E se questo è l’inizio, il resto promette scintille.