C’è un punto preciso, da qualche parte tra una VHS mangiata dal videoregistratore e uno scroll infinito su TikTok, in cui nasce Eudaimonia. Ed è lì che Picciony piazza la sua bandiera sghemba e luminosa.
Il primo album del progetto di Marco Piccioni, fuori dal 24 aprile per Redgoldgreen Label, è un debutto che non chiede permesso: prende il concetto aristotelico di felicità realizzata e lo scaraventa dentro un presente iperconnesso, rumoroso, spesso disumanizzante.
Il risultato è un disco che vibra come un cavo scoperto, sospeso tra memoria analogica e vertigine digitale.
Dopo aver calcato palchi in tutta Europa con realtà come Talco e Maleducazione Alcolica, Piccioni riparte da zero con un progetto che è tutto fuorché nostalgico. Eudaimonia non si limita a guardare indietro: smonta, ricompone e reimmagina. Dalle cassette a Spotify, da MySpace a Instagram, ogni riferimento diventa materiale vivo, plastico, pronto a essere manipolato.
Il linguaggio è volutamente saturo, quasi kitsch, come una giacca troppo colorata indossata in un mondo in bianco e nero. Ma sotto quella superficie sgargiante si nasconde una lama affilata: una riflessione sulla perdita di autenticità, sull’emotività compressa in una galleria dello smartphone, sulla creatività che rischia di diventare un prodotto lucido e senz’anima.
Le sette tracce del disco si muovono come creature ibride. “Il Matto” apre le danze mescolando dubstep, rock ed electro con un’energia scomposta e teatrale. “Non me ne frega un beep” gioca con il pop più leggero, sabotandolo dall’interno con inserti elettronici e chitarre. “30 anni” è una fotografia malinconica che sa di cantautorato aggiornato al firmware 3.0.
Poi arriva “Allez Chèrie”, con la sua pulsazione dance-funk che sembra provenire da una pista da ballo fuori dal tempo, mentre “Vedrai” alterna intimità e aperture da cantare a pieni polmoni. “Sono nel prime” si muove come una preghiera laica, recitata e poi esplosa in un ritornello rock. A chiudere, la title track: un incastro di pop e tensione elettronica che sfocia in un refrain quasi EDM, come se il cuore battesse dentro una macchina.
Attorno a Picciony, una squadra che funziona come un laboratorio sonoro: Emidio Mazzilli al basso, Gabriele Biagi alla chitarra, Gaia Ruffini alla voce, Riccardo Schiavoni tra cori e piano e Alberto Monsignori alla batteria. Insieme costruiscono un suono che tiene insieme carne e circuito, pelle e pixel.
Il messaggio è chiaro, anche quando si nasconde dietro ironia e paradossi: salvare l’imperfezione. Difendere l’errore come ultimo rifugio umano in un mondo che tende alla perfezione artificiale. Non è un caso che il videoclip, firmato dall’artista visiva Asia Lupo, trasformi materiali artigianali in visioni digitali disturbate, tra glitch, VHS consumate e suggestioni da analog horror.
In Eudaimonia l’errore diventa linguaggio, estetica, dichiarazione politica. Un piccolo cortocircuito necessario. Perché forse, oggi, essere davvero vivi significa proprio questo: non funzionare alla perfezione.
Ascolta "Eudaimonia"
