Dimenticate la polvere sugli amplificatori: gli SCHLACHTRUF 1.3.1.2. sono tornati, e non con passo felpato ma con anfibi sporchi e una cassa dritta nei denti. Dopo dodici anni di “astinenza musicale” – una pausa che sa più di fuga per comprare sigarette che di addio – il quartetto di Passau riemerge con il primo album, “Remaster Against Humanity”, un titolo che già suona come una dichiarazione di guerra alla noia.
Qui il punk rock non viene riesumato, perché non era mai morto: si era solo nascosto dietro il bancone, a ridere di tutto. E infatti il disco è un piccolo laboratorio anarchico dove il DIY non è una posa ma una filosofia vissuta fino in fondo. Autoprodotto, videoclip fatti in casa, strumenti costruiti da zero: più che una band, sembrano un’officina sonora con scintille che volano ovunque.
I brani raccontano bene il loro approccio: “0.0 (non-alcoholic beer)” è già un ossimoro che puzza di provocazione, “Shoes” e “Evidence Chamber” giocano con l’assurdo e lo slapstick sonoro, mentre pezzi come “Scum of Humanity” e “Globule Overdose” iniziano a graffiare più a fondo, portando il sorriso verso un territorio più scomodo. È lì che il disco si diverte davvero: quando ti fa ridere e subito dopo ti mette leggermente a disagio, come una battuta che colpisce troppo vicino.
I SCHLACHTRUF 1.3.1.2. sembrano serissimi, ma è solo una maschera: sotto c’è un’ironia corrosiva che scioglie ogni pretesa di rigidità. Il risultato è un album che non chiede permesso e non cerca approvazione, ma si piazza sul tavolo come una lattina agitata pronta a esplodere.
La band non svela troppo, e forse fa bene così. L’unico consiglio che lasciano è perfettamente in linea con il loro spirito: ascoltare “Remaster Against Humanity” solo sopra i 2,5 per mille. Tradotto: lasciate perdere le istruzioni e premete play.
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